Erano le 22 in Italia quando ieri sera il presidente degli Stati Uniti Donald Trump è comparso nei giardini della Casa Bianca, per festeggiare il suo “Liberation Day”. Accusando il mondo di aver sfruttato per anni gli Stati Uniti, il Paese con il maggior tasso di consumo al mondo, ha annunciato l’imposizione di dazi, calcolati sulla base di un calcolo insensato. Lo racconta bene Il Post

“La formula diffusa dallo stesso dipartimento è estremamente semplice, e usa come base il deficit commerciale degli Stati Uniti verso i diversi paesi: è quel valore che indica che gli Stati Uniti importano più di quanto esportano verso altri, e di quanto. Il deficit viene poi diviso per il totale delle importazioni da quel paese. Per esempio il deficit commerciale con l’Indonesia è di 17,9 miliardi di dollari, e le importazioni dall’Indonesia sono di 28 miliardi: 17,9 diviso 28 fa 0,64, cioè 64 per cento. Il dipartimento ha poi preso questo 64 per cento, l’ha diviso per due (una specie di «sconto», secondo Trump, dovuto alla «gentilezza» degli Stati Uniti) e ha ottenuto il dazio da applicare: è del 32 per cento su tutte le merci provenienti dall’Indonesia.”

Per l’Europa i dazi applicati sono del 20%. E ora cosa succede? Confindustria Moda ha pubblicato i dati relativi al commercio estero dell’industria tessile e abbigliamento nel 2024 verso gli USA.

Il Presidente dell’organizzazione Sergio Tamborini ha fatto un po’ di chiarezza: “La moda nella su dimensione globale è chiamata a ridisegnare rotte e approvvigionamenti. Per come è strutturata la filiera a preoccupare non sono, infatti, soltanto i dazi americani sui prodotti europei e le conseguenze dirette in termini di mancati ricavi, quanto l’impatto delle misure sulle fasi produttive e distributive, a partire dall’approvvigionamento delle materie prime e nella confezione dei capi. –  ha commentato – L’interscambio di Tessile-Abbigliamento dall’Italia agli Stati Uniti da gennaio a dicembre 2024 è stato pari a 2,8 miliardi di euro, in flessione dello 0,7% rispetto al 2023. In tale periodo, nel ranking delle top-destination delle esportazioni l’America è risultata essere il terzo mercato di sbocco con un’incidenza del 7,4% sul totale del Tessile-Abbigliamento esportato con una predominanza del comparto dell’Abbigliamento con 2,3 miliardi di euro. I settori che hanno performato meglio sono stati la filatura serica, il tessile casa e la Calzetteria. Giocoforza saranno queste aree a veder ridimensionati i propri confini di crescita negli Usa”.

E’ difficile immaginare la reale portata di quello che sta accadendo: la situazione appare così assurda che ha colto tutti di sorpresa. Già questa mattina sono arrivate le prime disdette di ordini dagli Stati Uniti: come riuscire ad assorbire un costo costo così alto, senza farlo pesare sulle spalle di un consumatore che è già così sotto pressione?

Un paio di settimane fa nella newsletter “Solo Moda Sostenibile Weekly” avevo parlato di “Riallocation”, cioè di un’azione di intervento sulle filiere, che necessitano di essere ridisegnate: ma questo appare superato adesso, perché i Paesi colpiti dai dazi sono tantissimi e il tessile e abbigliamento non è una filiera che tutti i Paesi hanno a disposizione.

E’ arrivato il grande momento del Made in USA?

Le aziende USA possono organizzarsi per ricominciare a produrre e ricostruire le filiere? Difficile. Per farlo servono competenze, che gli USA hanno perso. E poi servono macchinari, che provengono da Asia e Europa: le attrezzature avanzate costano alle aziende decine di migliaia di dollari e un aumento dei dazi del 15%, 20% o 25% potrebbe essere proibitivo in termini di costi. Penso che il grafico qui sotto spieghi tutto benissimo: chi lavorerà in questo settore? 

Alexander Zar, CEO del produttore di calzature e pelletteria La La Land Production and Design di Los Angeles, ha dichiarato di aver ricevuto richieste da marchi di abbigliamento sportivo interessati a produrre sneaker e scarpe da corsa negli Stati Uniti. Zar intende raccogliere 10 milioni di dollari da investitori esterni per acquistare nuovi macchinari per la sua fabbrica di 5.600 m² e soddisfare la crescente domanda, ha raccontato a Reuters. Considerando che il salario minimo orario di Los Angeles è di 17,28 dollari ed è tra i più alti del Paese, Zar prevede di investire nella stampa 3D e in una tecnologia che potrebbe eliminare la necessità di cuciture sulle scarpe da corsa, riducendo i costi di manodopera. Ma, quando sarà pronto, quante scarpe potrà riuscire a produrre?

Sempre Reuters ha provato a sintetizzare l’impatto dei dazi sui prodotti importanti da alcuni Paesi asiatici.

Le azioni di Nike, Adidas e Puma sono crollate drasticamente dopo che il Vietnam è stato preso di mira con un’aliquota tariffaria del 46%, la Cambogia con il 49%, il Bangladesh con il 37% e l’Indonesia con il 32%, mentre Trump ha aumentato i dazi sulla Cina di altri 34 punti percentuali, dopo i precedenti dazi del 20%.

L’impatto sulle filiere asiatiche

La storia dell’industria della moda degli ultimi 25 anni, da quando si è iniziato a parlare di globalizzazione, è segnata dalla scelta dei grandi Paesi occidentali, in primis gli USA, di liberarsi delle attività rischiose, ad alta intensità di lavoro, con una remunerazione basse e di spostare tutto in Asia. Lontano dagli occhi, insomma, si è potuto procedere con una produzione enorme e ingiustificata, rispettando standard minimi, distribuendo lavoro povero, inquinando fiumi e distruggendo ecosistemi. Ci sono Paesi, come il Bangladesh, che basano il 90% della loro economia sul tessile abbigliamento: decidere di interrompere le forniture da questi Paesi, significa causare un caos sociale insostenibile, lasciare centinaia di migliaia di lavoratori senza reddito, seppur misero. Questi Paesi, in primis il Bangladesh, stavano già attraversando un momento politico turbolento: stanchi del continuo sfruttamento, i lavoratori erano scesi in piazza per ottenere un salario dignitoso. E’ difficile immaginare cosa accadrà adesso: mentre all’ultima COP si è discusso (senza arrivare a nessun accordo) di come i Paesi ricchi avrebbero dovuto contribuire al risanamento di zone distrutte dalle industrie troppo impattanti, gli USA escono di scena e, mi pare sottinteso, si liberano di qualsiasi impegno.

E le norme sulla sostenibilità? Per Trump sono una “barriera non tariffaria”

Nel documento rilasciato dalla Presidenza degli Stati Uniti per illustrare le ragioni delle misure prese Paese per Paese, all’Unione Europea viene anche rimproverato di avere imposto una serie di misure che possono essere identificate come  “barriere commerciali non tariffarie”, cioè ostacoli al commercio diversi dai dazi, come regole legate alla burocrazia doganale o sulla compliance dei prodotti.

La normativa REACH, il digital product passport e la normativa eco-design sono considerati “barriere” e non la proposta di alcuni standard ambientali e sociali, collegati alla necessità di ridurre l’impatto della produzione. Una visione in linea con la deregulation che sta coinvolgendo gli Stati Uniti, ad esempio su alcune norme emesse dalla EPA, l’Agenzia per la Protezione Ambientale: una produzione senza limiti e senza condizioni, un’industria senza regole, che non si preoccupa dello sfruttamento dell’ambiente e delle persone. Vedremo se sarà questo il futuro dell’industria MADE IN USA.